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IL POTERE NELLE MANI DEI BUROCRATI (DEL FISCO)

La manovra rilancia la lotta all’evasione. Con il nuovo redditometro e il vecchio vizio della presunzione. E così scopriamo di essere tutti evasori.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 42 del 1980, ha affermato che «le presunzioni tributarie non sono di per sé illegittime, ma debbono fondarsi su indici concretamente rivelatori di ricchezza ovvero su fatti reali, quand'anche difficilmente accertabili, affinché l'imposizione non abbia una base fittizia». Se le presunzioni sono accettate dall’ordinamento, occorre comunque che si fondino su fatti reali.
La premessa è d’obbligo per capire come la manovra, appena varata dal Governo, punti a recuperare risorse stanando i soliti evasori fiscali, attraverso i soliti accertamenti tributari.  Si dice che la manovra dovrà agire sia sul lato delle entrate che delle spese. Partiamo da qui. Essì, perché la spesa pubblica, ancorché sterilizzata dell’inflazione, è cresciuta in termini reali di circa il 20% nel periodo 2000/2008, (prima quindi dei devastanti effetti della crisi e del costo del welfare) su un incremento nominale di oltre il 40%. Ma appena si è cominciato a parlare di ridurre le spese, di abolire i costi e gli enti inutili, dietro la “macelleria sociale” si è assistito alla levata di scudi. E i falsi invalidi? Gli stipendi d’oro? La scarsa produttività dei lavoratori pubblici? I lacci della burocrazia pubblica e la sua corruzione? Non è macelleria sociale è una macelleria economica, che fa a fette non solo il bilancio ma anche la credibilità dello Stato e delle Istituzioni. Ben vengano i tagli, non col bisturi ma con la mannaia. Non un taglio delle spese orizzontale o, peggio, in percentuale sulle risorse di tutti, col risultato di penalizzare (come però si è fatto finora) le amministrazioni virtuose. Un colpo netto, verticale, profondo su quei campioni di spesa, dal profilo greco, che hanno costi più del doppio rispetto alle amministrazioni virtuose e con servizi peggiori.

E arriviamo all’altro capitolo: le entrate. Come farà il Governo a incamerare soldi per portare il rapporto deficit/Pil sotto il 3% nel giro di un paio d’anni? La manovra ha dichiarato guerra all’evasione fiscale. Un fenomeno, una piaga sociale che assomiglia sempre più all’araba fenice: “che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Eppure, lo Stato già oggi può contare su strutture che impiegano migliaia di impiegati, immobili e strutture che hanno costi faraonici, tra le èiù svariate agenzie e i concessionari della riscossione. E poi ruoli a manetta e cartelle più o meno pazze, il bubbone dell’evasione fiscale è ancora lì; anzi cresce e pasce a dismisura. Sia chiaro: il fenomeno è odioso e non può essere in alcun modo giustificato, anzi. Siamo tutti d’accordo che vada combattuto e debellato.
Sono gli strumenti che non convincono. Il redditometro, per esempio. L’idea messa a punto dall’Agenzia delle Entrate è semplice: se spendi tanto vuol dire che guadagni tanto; se acquisti una Ferrari non puoi avere un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro, è evidente. Ma il redditometro che fa? Invece di prendere a parametro la vettura che costa 135.000 euro misura l’acquisto di un’auto di 2.000 cc di cilindrata, più o meno l’equivalente di una Fiat Croma, diesel. Per il fisco c’è chi evade in Ferrari e chi evade con la Croma. Per non parlare dell’evasore che se paga in un anno 6.000 euro di mutuo (500 mensili) deve avere un reddito di 60.000 euro annui. Due esempi per capire come il meccanismo inventato col redditometro, se di primo acchito può sembrare logico, è aberrante nella sua applicazione. E non meraviglia nessuno se finora ha avuto risultati deludenti. Bisogna cambiare musica. Per  rilanciare il redditometro bisogna indubbiamente modificarlo e riconsiderate indici e moltiplicatori aberranti. ,
Nella lotta all’evasione fiscale, l’amministrazione finanziaria più volte si è fatta bella, dichiarando di avere individuato soggetti che dichiarano meno di 15.000 euro lordi annui, nonostante un tenore di vita da nababbi. Bene, il fisco ha i mezzi, compreso l’accertamento bancario, per stanare gli evasori e costringerli a pagare. E allora perché non applicano gli accertamenti analitici per mettere la parola fine all’evasione? O forse è più facile sparare nel mucchio e ancora a carico di coloro che i redditi li dichiarano, costringendoli a dichiarare anche di più del loro vero reddito solo per non essere perseguitati da un Fisco di rapina? Il nuovo redditometro sembra verrà costruito in base alla territorialità, così sono garantite le zone ad evasione di massa, quelle che finora hanno sempre marciato con economie sommerse e trasferimenti dallo Stato, alla faccia di quelle regioni che pagano per tutti.
Ma che c’entra il pronunciamento della Corte Costituzionale? Ecco spiegato l’arcano. L’accertamento da redditometro, in ossequio alla Sentenza citata in premessa, costituisce presunzione, e spetta poi al Contribuente dimostrare che quei redditi in odore di evasione non li ha mai percepiti. Come si può difendere il contribuente davanti all’accusa del fisco di aver incassato, per esempio, 10 mila euro in nero? Non c’è estratto conto bancario che regga, il fisco potrebbe sempre argomentare che la somma evasa poteva essere in contanti o su conti intestati a parenti. Spetta sempre al contribuente dimostrare la sua innocenza dall’accusa di presunto evasore. Nelle modifiche è prevista un’ulteriore “chicca”. Nel nostro Paese ognuno è innocente fino a quando non è condannato definitivamente con sentenza passata in giudicato. Normale ed equo direte voi. Invece nel settore del Fisco non funzionava così, almeno fino alle modifiche previste dalla manovra. Se il contribuente “vince” un accertamento e non concorda col Fisco (che propone al massimo una riduzione del 10% per non dimostrare di essere incapace di formare gli atti o forse per non rinunciare ai premi di risultato che compongono la retribuzione) occorre ricorrere e nel contempo pagare fino al 50% dell’imposta pretesa. Ora la situazione peggiora, se, come sembra, gli avvisi di accertamento diventano immediatamente atti esecutivi. Ciò significa che se il contribuente venisse “sorteggiato” intanto paga tutte le imposte (e probabilmente tutte le sanzioni) e poi avrà facoltà di ricorrere. Stiamo mettendo un potere enorme nelle mani dei burocrati del Fisco, quelli che per un debito di poche centinaia di euro fanno scattare il blocco amministrativo della vettura o, peggio, emettono ipoteca giudiziaria sulla casa. Chissà dove potranno arrivare ora.


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