IRAP, MENO TASSE AGLI INDUSTRIALI
Finora le grandi aziende hanno sempre pagato meno imposte sul reddito, mentre le pmi e i lavoratori intellettuali sono stati tartassati. Ma adesso le imprese alzano la voce e vogliono abolire il balzello, magari facendo pagare il conto ai professionisti.
Non ci crederete. L’ex viceministro Vincenzo Visco, braccio destro di Tommaso Padoa Schioppa (che ai suoi tempi dichiarava che “le tasse sono una cosa bellissima”) in questi giorni è tornato sulla scena (del delitto) per spiegarci le ragioni dell’Irap. Ne ha motivato l’introduzione, dichiarandola “strumento di razionalizzazione e semplificazione” del sistema tributario. La prima impressione a freddo è che non abbia mai compilato una dichiarazione Annuale Irap in vita sua.
Le dichiarazioni proseguono con “l’Irap non è un’imposta sulle imprese, bensì sul reddito prodotto; riguarda le imprese esclusivamente per la quota parte relativa ai profitti; e se l’impresa è in perdita non vi sono profitti e non vi è Irap”. Credo sia tornato a fare il professore. Che ci sia da preoccuparsi per gli studenti di Scienza delle Finanze?
Vero è che l’Irap ha abrogato l’Ilor (16,2% del reddito) che era dovuta solo dalle imprese con più di 3 addetti oltre i contributi sanitari (che costavano il 10,6% dei salari). Risultato dell’introduzione dell’Irap: le grandi imprese pagano meno tasse sul reddito (4,25% contro il 16,2%) e addirittura abbassano il costo dei contributi (4,25% contro il 10,6%); in compenso le piccole imprese pagano di più, tutte, e manco a dirlo anche i liberi professionisti. Confindustria sentitamente ha ringraziato l’allora governo Prodi. Pmi e professionisti un po’ meno. Tutti sono tassati di più perché pagano l’Irap anche sugli interessi passivi, che non sono deducibili. I più piccoli e più indebitati sono ovviamente più tartassati.
Breve esempio di come dare ai ricchi togliendo ai poveri. Ovviamente la tassa è sentita come una tassa sui debiti e sul costo del lavoro che per di più pesa soprattutto al lavoro autonomo. L’imposta si rivela uno stimolo a non assumere e a non investire indebitandosi.
È di questi giorni il dato che il 78% del gettito Irap è in capo alle società di capitali (spesso è l’unica imposta che pagano), circa il 12% grava sulle persone fisiche (portatori sani di partita Iva) ed il rimanente 10% sulle società di persone.
Ovvia la richiesta degli industriali di abolizione dell’imposta. A suo tempo si sono ridotti grazie a Visco contributi sanitari e imposte, a svantaggio di tutti gli altri contribuenti con Partita Iva. Adesso chiedono l’abolizione, per ridurre anche il costo di quella che in molti casi è l’unica imposta che pagano con le loro società di capitali. Per risolvere il problema della copertura del gettito fanno proporre a Innocenzo Cipolletta di introdurre una sovrimposta regionale su Irpef ed Ires. Ulteriore risultato: meno tasse agli industriali e più tasse per tutti gli altri, e soprattutto per i professionisti.
Predicano la riduzione del carico fiscale, che sul lavoro è nel nostro Paese il più alto in Europa. In Italia, dati Eurostat sul 2007 il 44% dei soldi guadagnati col lavoro finiscono in tasse e contributi, a fronte del 34,4% degli altri paesi europei con la Svezia al 43,1, cioè dietro di noi. Il carico fiscale sulle società di capitali è invece del 31,4%, ma vorrebbero, visto che è di 13 punti minore di quello sul lavoro, ridurselo e per mantenere invariato il gettito, farebbero pagare a noi le tasse che loro risparmiano.
Pagare le tasse è un dovere per tutti, ma date le aliquote ci si aspetterebbe dei servizi sociali come in Svezia, invece ci avviciniamo sempre più a Stati di latitudini ben diverse. Tutta la dissertazione sull’Irap in nome di tutela di quell’economia reale che ha saputo portarsi i soldi all’estero ed ora li rimpatria con quattro soldi. Ma questa è un’altra puntata.

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